prima pagina + coordinamento + circoli + speciale primarie 2009 + link + contatti
Sabato 12 e domenica 13 dicembre in tutte le piazze d'Italia..

1000 Piazze per l'alternativa anche nel Fermano.



FERMO. Parte anche nella Provincia di Fermo la campagna di mobilitazione “1000 Piazze per l’alternativa” prevista per l'11 e 12 dicembre prossimi. Le proposte del PD, dal lavoro alle piccole imprese, dalla scuola alla sicurezza, dalla salute all’ambiente, saranno presentate in tutte le piazze italiane. Con l’invito a darne pubblicità si trasmette il programma delle iniziative del Partito Democratico della Provincia di Fermo e i luoghi dove sarà possibile trovare banchetti per ritirare materiale, firmare petizioni e parlare con i nostri rappresentanti e dirigenti.

Venerdì 11 dicembre 2009. Ore 10,00
MONTEGIORGIO. MERCATO CITTADINO
Banchetto presso mercato cittadino a Montegiorgio con la presenza degli amministratori locali.

Venerdì 11 dicembre 2009. Ore 16,30
FERMO. PALAZZO DEI PRIORI, SALA DEI RITRATTI
Banchetto all'interno dell'iniziativa “Povertà… in sviluppo” con la presenza dell’onorevole Livia Turco.

Sabato 12 dicembre 2009. Ore 9,30
FERMO. PIAZZA DEL POPOLO
Banchetto in Piazza del Popolo a Fermo con la presenza del Consigliere Regionale Rosalba Ortenzi, l'Assessore Provinciale Giuseppe Buondonno e amministratori locali.

Sabato 12 dicembre 2009. Ore 15,00
MASSA FERMANA. SALA CONSIGLIO COMUNALE
Banchetto all'interno dell'iniziativa "Agricoltura e Territorio" a Massa Fermana (Sala Consiglio Comunale) con la presenza del Vice Presidente della Giunta Regionale Paolo Petrini.

Domenica 13 dicembre 2009. Ore 9,30
PORTO SAN GIORGIO. VIALE ROMA, PIAZZA DELLA STAZIONE
Banchetti a Porto San Giorgio presso Viale Roma e Piazza della Stazione con il Vice Presidente della Giunta Regionale Paolo Petrini, il Consigliere Regionale Rosalba Ortenzi, amministratori locali e dirigenti provinciali e regionali del partito.

Domenica 13 dicembre 2009. Ore 10,00
FALERONE. SALA POLIVALENTE
Banchetto presso piazzale antistante Sala Polivalente comunale a Falerone in via dell’Anfiteatro Romano con la presenza della Segretaria Provinciale Cinzia De Santis e dirigenti provinciali e regionali del partito.



Assemblee dei Circoli in vista delle Regionali.



FERMO. Il Partito Democratico delle Marche è impegnato, in occasione delle elezioni regionali che si terranno il prossimo mese di marzo, ad ottenere consensi per ritornare ad essere il primo partito della regione e a riconfermare al governo della Regione Marche la coalizione di centrosinistra aperta ad ulteriori contributi.

Per questa ragione siamo impegnati a candidare in ogni collegio provinciale donne ed uomini che assumano su di se la responsabilità di rappresentare in Consiglio regionale l’intera società marchigiana.

L’obiettivo deve essere quello di presentare liste (Ancona 13 candidati; Pesaro-Urbino 9 candidati; Macerata 9 candidati; Ascoli Piceno 6 candidati; Fermo 5 candidati) in grado di contemperare in modo equilibrato diverse esigenze: l’autorevolezza e rappresentatività delle candidature, la competenza adeguata, l’equilibrio di genere, il rispetto delle culture e sensibilità del partito e della sua natura plurale, l’apertura alla società civile, l’equilibrio territoriale.

Per questa ragione la Direzione regionale del PD ha approvato un Regolamento con il quale si prevede che la selezione delle candidature a Consigliere Regionale avvenga attraverso il metodo delle ampie forme di consultazione.

Pertanto, in tutto il territorio fermano, sono state convocate Assemblee di Circolo organizzate per zone omogenee ed aperte alla partecipazione degli iscritti e degli elettori delle primarie del 25 ottobre.

Mercoledì, 9 dicembre 2009. Ore 21,00
GROTTAZZOLINA. TEATRO COMUNALE
Belmonte Piceno, Grottazzolina, Magliano di Tenna, Monsampietro Morico, Monte Giberto, Montottone, Ponzano di Fermo.

Giovedì, 10 dicembre 2009. Ore 21,00
AMANDOLA. SALA RIUNIONI LEGAMBIENTE
Amandola, Montefalcone Appennino, Montefortino, Montelparo, Santa Vittoria in Matenano, Smerillo.

Venerdì, 11 dicembre 2009. Ore 21,00
MONTERUBBIANO. TEATRINO PARROCCHIALE
Altidona, Campofilone, Lapedona, Monte Rinaldo, Monterubbiano, Monte Vidon Combatte, Moresco, Ortezzano, Pedaso, Petritoli.

Sabato, 12 dicembre 2009. Ore 16,30
FERMO. CENTRO SOCIALE CALDARETTE ETE
Fermo.

Domenica, 13 dicembre 2009. Ore 9,00
FALERONE. SALA POLIVALENTE, PIANE DI FALERONE
Falerone, Francavilla d’Ete, Massa Fermana, Montappone, Monte Vidon Corrado, Monteleone di Fermo, Montegiorgio, Servigliano.

Domenica, 13 dicembre 2009. Ore 17,30
PORTO SAN GIORGIO. SALA DELLA SOCIETÀ OPERAIA
Porto San Giorgio.

Lunedì 14 dicembre 2009. Ore 21,.00
MONTE URANO. SALA RIUNIONI PALAZZO COMUNALE
Monte San Pietrangeli, Monte Urano, Montegranaro, Porto Sant’Elpidio, Rapagnano, Sant’Elpidio a Mare, Torre San Patrizio.
la Stampa, 8 novembre 2009
QUEL MURO CHE CADDE SULLA SINISTRA
di Barbara Spinelli

Il muro di Berlino cadde sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Voi sapete bene che il giorno del Signore arriverà come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dirà “Pace e sicurezza”, improvvisa piomberà su di essi la rovina, allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non scamperanno». Per alcuni nel partito comunista italiano fu proprio così: Alessandro Natta, che fino all’88 aveva guidato il Pci, confidò a Claudio Petruccioli (era il 10 novembre, poche ore dopo la notte fatale) che «Hitler aveva vinto». Fu in quei giorni che il suo successore, Achille Occhetto, cominciò a parlare, alla Bolognina, della Cosa: non riuscì ancora a darle un nome, ma sentì che per scampare bisognava subito inventarsi un partito nuovo e soprattutto un nome che facesse dimenticare il passato con i suoi tanti pensieri falsi, le sue doppie verità, le sue volontarie impotenze. Per molti militanti fu una scossa, perché il passato non lo dismetti in una notte alla maniera in cui Stalin dismetteva storie e compagni, cancellandone le tracce.
Perché il nuovo non puoi definirlo una Cosa, solo perché hai paura di usare parole tragicamente disonorate come progetto, ideologia, meta. Non solo: se i vertici cambiarono così prontamente strada, vuol dire che per decenni avevano nascosto alla base il vero: se avessero parlato prima, non avrebbero permesso che l’Italia restasse senza alternanza per quasi mezzo secolo.
Da allora sono passati vent’anni, e gli eredi del Pci ancora soffrono quel congedo precipitoso, quel vocabolario che d’un colpo si svuota. Ci sono parole che lasciano l’impronta anche se son nebbia, e un destino simile toccò alla Cosa. Al posto dell’idea del mondo, comparve questo sostantivo che è un annuncio, un guscio che si promette di riempire: «un nome generico - scrive il Devoto - che riceve determinazione solo dal contesto del discorso». Tutto da allora è stato futuro appeso a un contesto indeterminato: anche le primarie, cui si era chiamati a aderire senza saper bene a cosa si aderisse. Anche la speranza di coniugare le due forze fondatrici della repubblica: il socialismo e il cattolicesimo, dimenticando (lo storico Giuseppe Galasso l’ha ricordato il 30 agosto sul Corriere della Sera) il terzo incomodo che è la tradizione laica, liberale, radicale. Riesaminando l’ultimo ventennio, Arturo Parisi parla del controllo che le nomenclature dell’ex Pci hanno finito con l’acquisire sull’Ulivo, e del patto stretto da esse con i falsi innovatori dello stesso partito. I candidati segretari regionali provenienti dai Ds erano nelle ultime primarie il 75 per cento del totale, facendo «coincidere la geografia elettorale del Pd con i confini del voto comunista» e sconfiggendo l’Ulivo (intervista a Gianfranco Brunelli, Il Regno 16/2009).
Forza indispensabile della sinistra ma non bene identificata, l’ex Pci l’ingombra con il peso, non leggero, di una storia ripudiata. Sono anni che espia, fino all’eccesso, un passato di cui tuttavia non vuol parlare. Il centrismo, i toni bassi, la tregua fra i poli, la politica senza contrapposizioni: siamo in un paese dove il principale partito di sinistra, vergognandosi del passato, non fa vera opposizione per tema di somigliare a quel che era. Dallo spirito dell’89 ha appreso poco. Lo stato di diritto, l’onestà delle élite, la scoperta del conflitto sale della democrazia: la liberazione dell’89 ha preso da noi la forma di Mani Pulite, senza lambire la politica. Inutile prendersela con i magistrati, se l’ansia di rigenerazione hanno finito con l’esprimerla solo loro. Bersani ha preso atto, ieri, che dialogo è ormai una «parola malata e ambigua».
L’espugnazione dell’Ulivo e del Pd non crea identità. Anche il socialismo italiano fu espugnato così: usurpandolo, non integrandolo e cercando di capire l’altrui tracollo oltre che il proprio. Anche per il socialismo italiano la caduta del Muro spuntò infatti come un ladro notturno. Le metamorfosi del Pci sono una storia di crudele appropriazione, ma il socialismo è non meno colpevole di questo furto di vocaboli e identità. Non è mai riuscito a divenire dominante, come nel resto d’Europa. E quando con Craxi volle disputare la rappresentanza della sinistra al Pci non seppe trarne le conseguenze: continuò nei suoi doppi giochi, prospettò l’unità delle sinistre senza rinunciare a spartire potere, non si rinnovò moralmente ma degradò sino a divenire il simbolo della corruttela italiana.
In un lucido saggio sull’Italia, lo storico Perry Anderson descrive un partito socialista che ingenera il berlusconismo, spiegando come questi sia erede dell’ultimo Psi più che della Dc (London Review of Books, 21-3-02). La spregiudicatezza di Craxi è un tratto speciale e irripetibile della nostra cultura. Altrove lo spregiudicato è figura settecentesca che combatte pregiudizi, dogmi: non coincide con l’uomo senza scrupoli. Da noi i due tratti si confondono, e spregiudicatezza è encomiabile virtù di chi sprezza le regole, la legge, l’etica, nella certezza che il potere renda tutto lecito se non legale. L’intera classe dirigente ne è responsabile, e non stupisce che da decenni l’agenda della politica sia dettata da Berlusconi.
Occhetto sperava forse in una svolta autentica. Sperava in una carovana che viaggiando associasse forze diverse, e temeva la caserma anelata da Massimo D’Alema. Un timore che si rivelò giustificato, ma che non vede il solo D’Alema sul banco degli imputati. Questi fu almeno chiaro: l’Ulivo non gli piacque mai. Più colpevoli furono i falsi innovatori, che promettevano senza mantenere: che non hanno esitato, come Veltroni, a distruggere l’ultimo governo Prodi. Ciononostante è D’Alema la persona chiave del ventennio. In qualche modo è restato quel che era, senza più dogmi ma con inalterata volontà di potenza. Dei comunisti ha la stessa insofferenza verso il dissenso, lo stesso fastidio freddo verso la stampa indipendente. Sono sue e non di Berlusconi frasi come: «I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». La morte temporanea dell’Unità, nel 2000, lo testimonia. Michele Serra parlò di delitto perfetto su la Repubblica: «La fine dell’Unità, forse più ancora della Bolognina, illumina lo sconquasso identitario della sinistra italiana. Ne racconta le insicurezze, i complessi di inferiorità, l’incerto e poco lineare incedere verso una modernità spesso vissuta da praticoni».
Vivere la modernità da praticoni è l’abbandono dell’ideologia, in nome dell’antidogmatismo. Il fatto che le ideologie totalitarie siano perite, non significa che un partito possa solo vivere di volontà di potenza, e su essa fabbricare inciuci. Che possa continuare a ricevere il colore da discorsi effimeri. Dotarsi di un’ideologia vuol dire avere un sistema coerente di immagini, metafore, princìpi etici. Vuol dire pensare un diverso rapporto con gli stranieri, la natura, il lavoro che muta, l’immaginario. A differenza della politica quotidiana, l’ideologia ha una durata non breve ma media, e la durata non è imperfezione. È perché non aveva idee sull’informazione di massa e sulla società di immigrazione che la sinistra fu travolta da Berlusconi. Che non seppe adottare, subito, una legge sul conflitto d’interesse. Che giunse sino a chiamare la Lega una propria costola.
Perry Anderson ritiene che la nostra sinistra sia invertebrata. Una Cosa appunto, senza scheletro: un metamorfo, come nel film di Carpenter. Il suo sogno ricorrente è quello d’un paese normale: un’altra Cosa - imprecisa, mimetica - che dall’89 cattura gli spiriti. La sinistra invertebrata ha corteggiato Clinton, Blair, Schröder, tessendo elogi del moderatismo, del centrismo. Vita normale, per la sinistra, ha significato sin qui smobilitazione ideologica, conformismo: il nuovo ancora lo si aspetta.
Federazione Provinciale Partito Democratico Fermo
Piazzale Azzolino 18, 63023 - Fermo
Tel. 0734.224525
Progetto grafico: iRuta